Il Giovane di Mozia

Conservato al Museo Whithaker, il Giovane di Mozia è una statua in marmo di scuola greca datata intorno alla prima metà del V sec. a.C.

La statua fu rinvenuta nella “zona K” dell’isola, in prossimità del Santuario di Cappiddazzu, durante una campagna di scavi condotti dall’Università di Palermo (1979). Essa si trovava all’interno di una barricata, probabilmente usata come materiale di reimpiego nel tentativo di difesa estrema della città durante l’assedio dionisiano di cui narra Diodoro, quando i Moziesi riutilizzarono tutto il materiale a loro disposizione per rafforzare le mura.

Si tratta di una figura virile di giovane stante, vestito di lunga tunica (h 1,81). Al momento del rinvenimento la statua mancava della testa, delle braccia e dei piedi. La testa, rinvenuta poco distante, era ornata da un’acconciatura a riccioli, in triplice serie sulla fronte e in duplice serie sulla nuca. Le estremità superiori sono tuttora mancanti ma, sulla base dell’inclinazione delle spalle, è possibile supporre che il braccio destro fosse alzato a sostenere un attributo, verosimilmente di bronzo, e il sinistro appoggiato sul fianco, dove ancora restano parti della mano. Il leggerissimo chitone plissettato, che copre il corpo, è stretto all’altezza dei pettorali da una fascia che enfatizza le forme anatomiche e la muscolatura del giovane. La raffinatezza e l’estrema cura dei particolari, anche nella parte posteriore, lasciano supporre che l’opera non fosse destinata alla sola visione frontale, ma fosse stata scolpita per essere collocata in un tempio o in una piazza.

Problematiche restano ancora la datazione, la provenienza e l’iconografia.

La datazione risulta controversa in quanto la testa del giovane rimanderebbe, per struttura, resa e acconciatura, allo stile severo (480-450 a.C.), ovvero al periodo di transizione della scultura greca dall’arcaico maturo al pieno classicismo; la sinuosità del corpo e il panneggio della veste, che appaiono stilisticamente assai più avanzati, suggerirebbero, invece, un’attribuzione al pieno classicismo (450-323 a.C.).

Quanto all’origine, l’ipotesi più accreditata è che la statua sia stata portata sull’isola di Mozia dai Cartaginesi come bottino di guerra, dopo la sconfitta e il saccheggio di Selinunte (409 a.C.). Un’altra ipotesi, basata sul confronto stilistico con le statue delle metope del tempio E di Selinunte, è che sia stata commissionata da un notabile del luogo a un’officina selinuntina di tradizione greca. Sicuramente di provenienza orientale è il marmo bianco a grana grossa cristallina con cui la statua è stata realizzata. L’analisi geochimica del materiale, infatti, ha evidenziato la presenza di stronzio, tipico delle cave di Efeso e della Tessaglia.

Quanto all’iconografia, la tesi prevalente è quella che vi riconosce un auriga. Il chitone indossato dal giovane rinvia, infatti, a quello indossato dagli aurighi effigiati sulle monete di Siracusa, Catania e Lentini. La presenza di una serie di fori sulla testa farebbe supporre la presenza di un copricapo di bronzo. Taluni parlano addirittura di una rappresentazione del dio Baal, fra i cui appellativi vi era proprio quello di «auriga divino».

Tra le altre tesi è stato avanzato possa trattarsi della rappresentazione di Eracle, nell’ipotesi di una provenienza selinuntina della statua, o di Melqart/Eracle, nell’ipotesi di una committenza moziese. Taluni hanno riconosciuto, nell’esibizione del corpo sotto l’abito assai trasparente, la rappresentazione di un artista durante gli agoni canori. Altri, invece, sulla base della posizione delle braccia, la rappresentazione di un suffeta (magistrato punico) nell’esercizio delle sue funzioni.

Un dato in attesa di conferma darebbe pure adito all’ipotesi di un gruppo scultoreo: il movimento delle pieghe del chitone rimanderebbe, infatti, allo stesso movimento dei peli di una coda di cavallo proveniente da Selinunte e oggi conservata al Museo di Palermo.

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